/ Nov 29, 2025

[Crudelia]

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Alberto Di Fabio

Il respiro invisibile della mente

(di Marta Massaioli)

Introduzione

Conosco Alberto Di Fabio dalla fine degli anni Ottanta. Ricordo perfettamente la prima volta che andai nel suo studio di Piazza Vittorio, a Roma: le pareti erano già un firmamento, ricoperte di tele che sembravano pulsare di vita propria. In quell’occasione, tra una conversazione e l’altra, nacque anche l’idea di una lunga intervista per Crudelia – The Critic Voice of Contemporary Arts, che purtroppo non venne mai pubblicata. Era un tempo di entusiasmi e di visioni, e forse quell’incontro rimase sospeso proprio per questo: troppo vivo, troppo pieno di vibrazioni per essere fissato sulla carta. Dopo tanti anni, la scorsa settimana, la mia amica Giulia Lusikova, artista tartara di grande talento, mi ha invitata a visitare il nuovo spazio espositivo che Alberto dedica ai giovani artisti al Pigneto, lo Studio FdB in via Montecuccoli 28 a Roma .

Accanto a lei ho ritrovato lo stesso Alberto — accogliente, generoso, curioso come sempre — che mi ha mostrato il suo studio e le nuove opere con uno sguardo colmo di energia e stima reciproca.

È stato come ritrovare una frequenza comune: la stessa che, fin dagli anni Ottanta, lega la sua ricerca a un desiderio di conoscenza totale, dove scienza, arte e spiritualità si intrecciano fino a diventare un unico respiro.

Le sue carte di riso, gli arazzi, le tele monumentali e il mosaico per L’Aquila non sono soltanto tappe di una carriera, ma capitoli di un viaggio cosmico, che attraversa la luce per arrivare alla mente , ritornare dallo spirito , alla materia concreta delle opere.

Questa nuova visita, condivisa con Giulia, è stata anche un incontro tra epoche: l’Alberto di oggi, più consapevole e lucido, conserva intatta quella capacità di sentire la materia come energia viva, e di trasmetterla in forma visiva.

Alberto di Fabio di fronte ad una delle sue tele monumentali , 2025

Nel suo studio romano, immerso tra tele che respirano, carte che sembrano vibrare d’aria e di pensiero, ho ritrovato la stessa urgenza poetica che avevo colto allora: quella di un artista che non dipinge immagini, ma stati di coscienza, che non costruisce forme, ma campi di risonanza.

Da quell’incontro nasce questo testo, come un atto di gratitudine e di restituzione.

Un modo per raccogliere e mettere in dialogo le molte dimensioni del suo lavoro — dalle carte di riso ai grandi mosaici — in un continuum che non appartiene solo all’arte, ma alla vita stessa come processo energetico e spirituale.

Prefazione biografica

Nato ad Avezzano nel 1966, Alberto Di Fabio cresce in una famiglia in cui l’arte e la scienza convivono intimamente: il padre, Pasquale Di Fabio, è pittore; la madre, Delia, insegnante di biologia e matematica. Fin da giovanissimo, Alberto elabora una visione in cui la materia, la luce e lo spirito non sono categorie separate, ma vibrazioni dello stesso principio universale. Dopo gli studi al Liceo Artistico di Via di Ripetta e all’Accademia di Belle Arti di Roma, si perfeziona a Urbino, dove approfondisce il linguaggio dell’incisione. Negli anni Ottanta incontra Alighiero Boetti, che diventa per lui una figura fondamentale: acquista una sua opera, lo incoraggia e lo introduce alla riflessione sull’ordine e il caos, sull’intreccio tra logica e intuizione. In seguito, Di Fabio vive e lavora tra Roma, Parigi e New York, intrecciando relazioni con artisti come Ross Bleckner, Richard Long, Ed Ruscha, Philip Taaffe e Jenny Saville, e sviluppando un linguaggio che unisce le neuroscienze alla mistica, la fisica quantistica alla filosofia naturale. Le sue opere sono state presentate in sedi internazionali della Gagosian Gallery, al Rupertinum di Salisburgo, al CERN di Ginevra, allaGalleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, alla Triennale di Milano, al Castel Sant’Elmo di Napoli, allaFondazione Bullukian di Lione e in molti altri luoghi del mondo. Nel 2023 realizza per la città dell’Aquila il grande mosaico permanente “Enigma della Materia”, mentre negli ultimi anni si dedica alla tessitura di arazzi, alla videoartee al cinema sperimentale, confermando la sua vocazione alla ricerca di un’unità profonda tra arte e coscienza. La sua intera opera è una meditazione sulla luce, sull’energia e sulla mente: un dialogo continuo fra il visibile e l’invisibile.

Le carte di riso cinesi: anatomia della luce e del pensiero

Le carte di riso cinesi rappresentano uno dei capitoli più lirici e meditativi nella ricerca di Alberto Di Fabio. In esse l’artista abbandona ogni monumentalità fisica per entrare nella dimensione intima della percezione sottile, laddove la pittura diventa vibrazione mentale, respiro, preghiera visiva.

Queste opere nascono da carte di riso antiche, delicate e trasparenti, sulle quali sono impressi testi e poesie religiose, simboli taoisti ed esagrammi dell’I Ching. Si tratta di materiali nati per la meditazione e per l’osservazione interiore — superfici che portano in sé la memoria di un pensiero sacro, scritto per essere contemplato. Di Fabio le adotta non come semplici supporti, ma come corpi di conoscenza, come membrane di un sapere che attende di essere riattivato.

La scelta della carta di riso non è casuale: essa è materia vivente, sottile come la pelle, sensibile alla luce ed al respiro. L’artista la tratta con rispetto quasi liturgico, come un terreno sacro su cui si innestano i segni, le cromie, le variazioni di densità. Ogni intervento pittorico nasce da una concentrazione profonda, da uno stato di presenza che ricorda la pratica della meditazione.

Il suo gesto non è espressione, ma respirazione dell’invisibile: il colore viene steso, lasciato penetrare nelle fibre, fino a diventare parte della carta stessa, come se l’opera respirasse insieme all’artista.

La mente come campo vibrazionale

Le carte di riso sono campi di risonanza, superfici dove si manifesta l’attività del pensiero in forma visiva. Le loro strutture geometriche, i ritmi di punti e linee, i movimenti spiraliformi rimandano alle onde cerebrali — in particolare alle frequenze theta e delta, associate agli stati di meditazione profonda, di sogno, di trance creativa. In questi stati la mente non elabora concetti, ma entra in comunicazione con livelli sottili dell’esistenza. È qui che Di Fabio trova la sua pittura: non come rappresentazione del mondo, ma come traduzione visiva della coscienza. L’opera diventa un organismo cerebrale, un paesaggio di sinapsi e impulsi luminosi. Il colore — spesso limitato a tonalità diafane di blu, viola, oro o bianco lattiginoso — si comporta come un campo elettromagnetico: si espande, si contrae, vibra. Ogni segno è un atto mentale che lascia una traccia, una sinapsi aperta tra visibile e invisibile. Guardare una carta di riso di Alberto Di Fabio equivale a entrare in una condizione di ascolto: lo sguardo rallenta, il respiro si accorda, la mente entra in risonanza con la frequenza dell’opera.

Tao e quantistica: l’armonia degli opposti

Nel fondo concettuale di queste opere si intrecciano due visioni solo apparentemente distanti: la filosofia taoista e la fisica quantistica. Dal Tao, Di Fabio eredita l’idea che la realtà sia ritmo, alternanza, respiro del mondo: ogni cosa vive nel continuo scambio tra yin e yang, tra pieno e vuoto, tra luce e oscurità. Dalla scienza contemporanea egli assimila la concezione della materia come insieme di campi energetici, come relazione e non come sostanza.Sulla carta, questi due principi si fondono.

Le macchie di colore non descrivono, ma accadono: la pittura diventa evento, manifestazione di un equilibrio instabile. Il gesto pittorico non impone una forma, ma accompagna la forma nel suo emergere spontaneo. È un’arte della coerenza vibrazionale, dove il minimo cambiamento di densità o di tono genera una trasformazione di tutto il campo visivo.

Preghiera, linguaggio, visione

Le scritture cinesi sottostanti — frammenti di preghiere, versi poetici, esagrammi dell’I Ching — non vengono cancellate, ma integrate nel tessuto pittorico, come strati di memoria. Di Fabio lascia che la parola si trasformi in pura energia visiva: l’ideogramma si dissolve nella luce, la scrittura diventa segno, il segno si fa respiro.

In questo processo, la pittura assume la funzione della meditazione calligrafica, in cui ogni tratto è un mantra e ogni movimento una forma di concentrazione spirituale.Così, le carte di riso diventano pagine della mente, diagrammi di una spiritualità laica e cosmica.Sono insieme antiche e futuristiche, come se provenissero da una civiltà che ha superato la divisione tra arte e scienza, tra materia e spirito. La loro bellezza non è decorativa, ma risonante: genera un campo di energia che si propaga al di là del visibile.

Visioni sospese

Nelle installazioni aeree, Di Fabio amplifica questa dimensione di leggerezza e contemplazione.Le carte vengono sospese, collegate da fili sottili, lasciate muovere nell’aria.Ogni foglio diventa una particella di luce, un frammento di cosmo che si espande nello spazio.L’insieme assume la forma di un organismo in continua trasformazione — un sistema neuronale fluttuante, un cosmo respirante. In questi ambienti, l’osservatore non guarda semplicemente, ma partecipa: si muove tra i fogli, percepisce le correnti d’aria, ascolta la vibrazione silenziosa della materia.

La pittura non è più bidimensionale: diventa esperienza sensoriale, fenomeno atmosferico. Le carte di riso rappresentano il momento in cui Alberto Di Fabio porta la sua ricerca nel territorio dell’invisibile. Attraverso di esse, la pittura diventa meditazione scientifica, ponte tra il pensiero e la luce, tra la cellula e la galassia, tra il Tao e la fisica quantistica.In queste opere il tempo si sospende, la materia si fa spirito, e lo spirito si manifesta nella fragilità assoluta della carta.

Guardarle significa sostare in uno stato di coscienza espanso, dove il mondo non è più separato dall’osservatore ma ne condivide il respiro. Sono opere che insegnano a vedere dentro il silenzio, a riconoscere nella vibrazione più sottile della luce l’essenza della mente universale.

Arazzi: la tessitura dell’universo

Dalla leggerezza della carta Di Fabio passa alla densità tessile degli arazzi, in cui la pittura si trasforma in trama e ordito e la materia diventa frequenza. Il filo si sostituisce al pennello e l’energia vibra tra i nodi, rendendo visibile il principio che “non siamo fatti di cose, ma di relazioni”. Gli arazzi di Alberto Di Fabio, realizzati nel laboratorio storico di Penne’s Tapestry (WWF Oasi Lago di Penne, Pescara), rappresentano una delle più intense traduzioni della sua pittura in materia viva e vibrante.

Dalla superficie della tela l’artista passa al filo, trasformando la luce in fibra, la sinapsi in trama, il respiro in ordito. Il laboratorio di Penne — fondato nel 1965 da Fernando Di Nicola e Nicola Tonelli, e rinato nel 2014 grazie alla direzione di Laura Cutilli — è uno dei pochi in Europa a utilizzare la tecnica del basso liccio, con telai costruiti a mano e una tradizione di stretta collaborazione tra artista e tessitrici.

In questo contesto, Di Fabio trova il terreno ideale per far dialogare scienza e artigianato, spiritualità e materia. Nel passaggio dal disegno alla tessitura, l’artista non si limita a delegare l’esecuzione, ma partecipa attivamente alla traduzione del segno: sceglie i colori della lana, rielabora il cartone e lavora a fianco delle maestre tessitrici Erminia Di Teodoro e Lolita Vellante, che con gesto paziente intrecciano la sua visione in trama.

Nascono così opere come Energies (2016, 255×280 cm) e Mind’s Landscapes (2016, 233×161 cm), in cui la complessità del suo linguaggio pittorico si tramuta in una materia pulsante e organica, quasi respirante.

Il processo di tessitura diventa un atto meditativo: ogni filo, un’onda cerebrale; ogni nodo, un impulso di luce che attraversa la mente e la materia. La trama dell’arazzo ricorda una rete sinaptica o una costellazione cosmica. Come nelle sue tele e nei suoi cicli pittorici dedicati a SinapsiQuanti e Campi magnetici, Di Fabio lavora sul principio della connessione: nulla è isolato, tutto vibra insieme. Nei suoi arazzi la lana non è semplice supporto, ma sostanza vivente. Le fibre assorbono la luce e la restituiscono in un respiro lento, quasi organico. La materia, in questo contesto, non è il limite della forma ma la sua estensione. Le tensioni cromatiche si dilatano in un ritmo pulsante, evocando la stessa energia che regola il battito cardiaco o la vibrazione di una cellula. Ogni opera si fa mappa del cervello cosmico, dove il pensiero diventa tessuto.

Come suggeriva Hans-Peter Dürr, “la materia non è fatta di materia”, e Di Fabio sembra rispondere con la concretezza di un gesto che trasforma l’invisibile in fibra tangibile. L’arazzo è allora una forma di rivelazione, una preghiera tessuta nel tempo, un mantra visivo che unisce scienza e contemplazione. Queste opere non raccontano, intessono: linee e colori costruiscono mappe di connessione neuronale e galattica, come se l’artista avesse trasposto sulla lana il battito di un campo magnetico. Nelle sale di Villa Medici a Roma (Festival Mémoires d’été, 2016) e poi al MACRO di via Nizza, gli arazzi di Di Fabio sono stati esposti accanto a quelli di Costas Varotsos, Marco Tirelli e Matteo Nasini, riaffermando la vitalità di un’arte antichissima che dialoga con la contemporaneità più radicale.

L’artista, che da anni esplora le onde cerebrali theta e delta, la fisica quantistica e le forme energetiche della mente, trova nella tessitura una nuova via per rappresentare la vibrazione della realtà. Il filo diventa metafora del DNA, della continuità tra uomo e cosmo, tra il visibile e l’invisibile. L’arazzo, costruito con la pazienza del tempo e la precisione del gesto, è una meditazione sulla lentezza e sull’interconnessione: la materia si fa spirito, il gesto manuale diventa preghiera, la luce si trasforma in voce. La tessitura, antica pratica sacra, assume in Di Fabio un significato cosmico: ogni nodo è un atto di creazione, un punto di contatto fra spirito e materia, come se l’universo stesso fosse un arazzo in continua espansione.

In Energies, l’intreccio di linee e colori genera un campo magnetico di pura intensità, una vibrazione che sembra emergere dal tessuto stesso come se la lana fosse conduttrice di energia vitale. 

In Mind’s Landscapes, la struttura si apre come un paesaggio mentale, un orizzonte di sinapsi e pulsazioni cromatiche. In entrambe le opere la fibra diventa pelle, membrana sottile tra mondo interiore e spazio cosmico. 

Il risultato è una pittura che ha imparato a respirare: un corpo di luce che pulsa nella materia tessile, un continuum tra arte e biologia, tra pensiero e sostanza. La forza di questi arazzi non sta solo nella bellezza formale, ma nel processo condiviso. Il laboratorio di Penne, con la sua storia antica e la sapienza delle tessitrici, non è un semplice luogo di esecuzione: è un organismo collettivo, dove l’arte si fa relazione. L’intelligenza dell’artista e quella delle mani che intrecciano si fondono in un unico gesto creativo. Questo spirito di co-creazione ricorda l’insegnamento di Joseph Beuys, per il quale ogni atto creativo è una forma di scultura sociale, un modo per rigenerare la coscienza collettiva. In questi lavori, il colore pulsa, si accende e si spegne come una sinapsi, evocando la ciclicità dell’esistenza e la sua incessante trasformazione. La luce non è riflessa, ma emanata; il tessuto non è superficie, ma organismo vivente. Negli arazzi di Alberto Di Fabio, la tradizione tessile italiana incontra e traduce la cosmogonia estetica di Alberto di Fabio . Il basso liccio di Penne diventa strumento per visualizzare le frequenze della mentele sinapsi dell’universole vibrazioni della luce. Ogni filo è un pensiero, ogni intreccio un battito dell’universo. In questo ritorno alla manualità, l’artista riconosce il valore originario dell’arte: dare forma all’energia invisibile che ci abita. L’arazzo è così il luogo in cui il tempo rallenta, la materia respira e la mente si fa tessuto cosmico.


Tele monumentali: luce come coscienza

Nelle tele monumentali, la scala dell’opera coincide con la vastità della mente. Queste opere di Alberto Di Fabio sono visioni cosmiche incarnate nella materia pittorica. Davanti a esse non si ha la sensazione di osservare un quadro, ma di trovarsi dentro un campo energetico, una vibrazione che occupa lo spazio e lo trasforma in esperienza. La scala, in queste opere, non è un dato tecnico: è una condizione percettiva, un linguaggio della mente che diventa architettura. Le composizioni si diramano come reti sinaptiche o costellazioni celesti, evocando il principio ermetico di corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo. In esse la materia pittorica si dissolve in energia, e la forma si trasforma in spirito.

Nello studio romano dell’artista, le grandi superfici si susseguono come pareti di luce e respirazione. Le opere non sono appese ma abitano il pavimento e le pareti, generando un continuum immersivo tra corpo e spazio. Ogni colore sembra diffondersi come un gas sottile; ogni linea si propaga come un impulso neuronale o una scia celeste. Le tele, immense, ci avvolgono nel ritmo stesso della creazione: un luogo in cui la pittura si fa tempo, respiro e coscienza. Ogni tela è un campo di vibrazione, un portale che unisce il nucleo cellulare al respiro del cosmo.

Nelle sue composizioni più ampie – i blu siderali di Sinapsi, le montagne liquide di Onde cerebrali, i rossi incandescenti di Campi magnetici – Di Fabio affronta il tema dell’origine, la dinamica della vita nelle sue strutture invisibili.

La pittura si espande come un organismo vivente: la materia si stratifica, si apre, si dirama. L’artista lavora a più livelli – dalla base liquida e traslucida alla colatura gestuale, fino alla punteggiatura luminosa – creando un universo microcosmico e macrocosmico insieme, dove cellule e galassie condividono la stessa architettura. Ogni segno è il residuo di un’energia che ha attraversato la tela. La luce non illumina: è sostanza della visione. Nei blu profondi emergono costellazioni di bianco, negli ori si muovono filamenti di energia, nei rossi vibra la forza magnetica della vita.

È un linguaggio che appartiene alla fisica del pensiero, alla materia che pensa sé stessa. Come scrive Carlo Rovelli, “non siamo fatti di cose ma di relazioni”: e queste tele sono relazioni visibili, nodi di coscienza intrecciati nella superficie pittorica. Osservando queste opere, si comprende la continuità tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.

Di Fabio parte dall’immagine del neurone, della sinapsi, della rete cerebrale — ma presto questi segni diventano costellazioni, campi magnetici, universi in espansione. La pittura diventa così una cartografia della mente cosmica, dove ogni linea corrisponde a un flusso energetico e ogni punto a un battito di luce. In questo senso, l’artista non dipinge più per rappresentare ma per rivelare: il quadro non mostra un oggetto, ma una frequenza. La scala monumentale serve a creare una condizione di immersione, come nei lavori di James Turrell o Mark Rothko, ma con un linguaggio del tutto personale: qui la vibrazione non nasce dalla staticità del colore, bensì dalla sua dinamica, dalla tensione elettrica del gesto. La pittura di Di Fabio nasce da un rituale preciso: l’artista prepara i pigmenti, mescola resine e acrilici, diluisce, spruzza, lascia colare, attende l’asciugatura, poi interviene ancora.

È un procedimento lento e meditativo, simile a un atto alchemico, dove la materia subisce trasformazioni sottili. Nel gesto dell’artista c’è la stessa consapevolezza che guida la fisica quantistica o la contemplazione buddhista: il riconoscimento che ogni particella è energia in relazione, ogni forma è transitoria. La monumentalità delle tele non è un trionfo della forma, ma un atto di dissoluzione dell’ego: di fronte alla vastità dello spazio pittorico, lo spettatore si perde e ritrova la propria scala interiore. La superficie diventa meditazione visiva, un portale tra mente e universo, dove il concetto di autore e di spettatore si fondono in un’unica esperienza percettiva.

Luce come coscienza

La luce, elemento costante della sua ricerca, è al tempo stesso linguaggio e rivelazione. Nelle opere blu, come Neurone cosmico o Montagne di luce, essa sembra provenire dall’interno della materia: non riflesso ma emanazione, come se la tela fosse attraversata da un respiro invisibile. In quelle rosse, il calore si traduce in pulsazione, in ritmo biologico, in energia vitale. La luce è la forma visibile della coscienza, la vibrazione che unisce pensiero e natura. Ogni quadro è una sinapsi aperta tra lo sguardo e il cosmo, tra la materia e la mente, tra l’uomo e ciò che lo trascende.Le tele monumentali di Di Fabio, nel loro silenzio magnetico, non rappresentano: sono.

Spazio mentale e architettura del tempo

All’interno del suo studio, dove decine di opere convivono come pianeti sospesi, lo spazio assume la qualità di un osservatorio astronomico e spirituale. Qui l’artista abita la pittura come un territorio mentale: ogni opera è un esperimento, una finestra su un diverso stato di coscienza. In questa sequenza di tele — blu, rosse, argentee, violette — il tempo si dilata, la visione si fa ritmo, e il corpo del visitatore si muove in uno spazio vibrazionale. Di Fabio costruisce un’esperienza totalizzante: una cattedrale neuronale di colore, dove la pittura non finisce nei bordi del quadro ma continua a espandersi nell’aria, come un’eco luminosa. Le tele monumentali di Alberto Di Fabio sono mappe di un universo vivente, specchi della mente che pensa se stessa e del cosmo che si contempla attraverso l’uomo. Sono pitture che parlano la lingua dell’energia, che trasformano la scienza in poesia, l’atto del vedere in meditazione. In esse, l’artista raggiunge una delle più alte sintesi tra materia e spirito, tra rigore e intuizione, tra la fisica delle particelle e la mistica della luce.

Guardarle significa entrare in un luogo in cui l’arte diventa esperienza di coscienza: un respiro invisibile che unisce il battito del cuore umano alla vibrazione del cosmo. La luce, per Di Fabio, non è ornamento ma sostanza: essa genera la forma e ne rivela la risonanza. L’artista si fa canale tra le frequenze invisibili del mondo e la coscienza dello spettatore. Guardare un suo dipinto equivale a sostare dentro un fenomeno quantico: un processo di rivelazione, non di rappresentazione. In queste grandi opere la pittura diventa un viaggio nella mente cosmica, dove ogni linea è un pensiero, ogni vibrazione una preghiera silenziosa che unisce corpo e universo. È una visione che unisce fisica e misticismo, scienza e intuizione, in cui “la luce non illumina ma è essa stessa rivelazione”.

Enigma della Materia – Un mosaico per L’Aquila: la rinascita della luce nella pietra

Nel cuore dell’Aquila, città segnata dalla memoria del sisma e dal desiderio di rinascita, Alberto Di Fabio realizza nel 2023 Enigma della Materia, un grande mosaico permanente concepito come atto di guarigione collettiva e meditazione cosmica.

L’opera nasce dal dialogo tra arte, scienza e spiritualità, temi centrali nella ricerca dell’artista, e si inserisce nel contesto di Panorama L’Aquila, la mostra diffusa promossa da Italics, come un segno che restituisce alla città la propria energia vitale attraverso la luce.

La materia come energia viva

Nel mosaico, pietre, vetri, sabbie colorate e pigmenti minerali vengono composti con una precisione quasi biologica. Le tessere, irregolari e scintillanti, non sono soltanto frammenti di materia: sono unità di energia, particelle luminose che insieme costruiscono un campo vibrante.L’artista sembra trasporre nella materia la sua visione quantistica del reale, quella che anima anche le sue tele e i suoi arazzi: la convinzione che tutto ciò che esiste, dalla cellula al pianeta, dalla sinapsi alla stella, sia attraversato da un’unica vibrazione originaria.Il mosaico è dunque una superficie che respira, un organismo vivente composto di elementi minerali e luce. Ogni frammento partecipa di una tensione dinamica che unisce il terrestre e il cosmico, la solidità della pietra e l’immaterialità della visione. La materia, come suggerisce il titolo, è un enigma solo per chi ne ignora l’essenza spirituale: in realtà è luce solidificata, coscienza in forma cristallina.

Il simbolo della rinascita

Per L’Aquila, città ferita ma mai arresa, Di Fabio sceglie la pietra come linguaggio di memoria e di speranza. Il mosaico si colloca lungo il corso principale, integrandosi nell’architettura urbana come una pulsazione luminosa. Le tessere riflettono la luce naturale durante il giorno e la assorbono nelle ore notturne, restituendo un bagliore tenue, quasi respirante. L’opera diventa così un ritmo vitale della città, un segno che accompagna il cammino dei passanti come un cuore cosmico posto nel tessuto urbano. Non si tratta di un monumento celebrativo, ma di un luogo di meditazione pubblica: un mosaico che parla di connessione, di equilibrio, di armonia fra le forze visibili e invisibili.

Come nella fisica contemporanea, dove la materia è un campo di probabilità e non una sostanza immobile, anche qui la forma è fluida, in continuo movimento. La luce si propaga tra le tessere come un pensiero, e l’opera cambia aspetto secondo l’ora del giorno, la stagione, il passo dello spettatore.

Un’opera per la coscienza collettiva

Nel concepire Enigma della Materia, Di Fabio recupera la dimensione sacrale e civile del mosaico: tecnica antichissima, simbolo di continuità tra epoche, qui rinnovata da una visione contemporanea.Ogni tessera, realizzata e posata con gesto meditativo, partecipa a un disegno che non è solo estetico ma energetico. L’artista ricompone nella materia la frattura della città, unendo i frammenti in un nuovo ordine. È come se, dopo la distruzione, il cosmo stesso tornasse a tessere la propria trama attraverso l’opera dell’uomo. In questa prospettiva, il mosaico diventa un atto di coscienza collettiva: non rappresenta la ricostruzione, la compie. Il gesto dell’artista, unito al lavoro dei mosaicisti, si fa rito di riconnessione con la Terra e con l’energia vitale che scorre in ogni cosa.L’opera invita a un dialogo silenzioso con la città e con se stessi, ricordando che la rinascita non è solo architettonica ma interiore.

Dalla tela alla pietra

L’approdo al mosaico segna una fase di maturità nella ricerca di Di Fabio. Dopo aver esplorato le sinapsi, i campi magnetici e le onde cerebrali sulla superficie delle tele, l’artista trasferisce il suo linguaggio nella dimensione tattile della pietra. La stessa struttura che nelle pitture appare come rete di energia o costellazione neuronale si traduce ora in ritmo materico: le tessere sostituiscono i pigmenti, le fughe diventano linee di campo, la luce reale rimpiazza quella illusoria.

In questo passaggio dal quadro al mosaico, la pittura si fa architettura cosmica, la contemplazione diventa esperienza fisica.

L’opera dialoga idealmente con i mosaici paleocristiani e bizantini, ma anche con l’arte concettuale e con la scienza contemporanea: come gli antichi maestri di Ravenna, Di Fabio usa la pietra per evocare il divino, ma il suo Dio è l’energia stessa dell’universo.

Il significato del titolo

Il titolo Enigma della Materia racchiude il nucleo filosofico dell’intero percorso dell’artista.

L’enigma non è ciò che non si può capire, ma ciò che si può solo esperire: la consapevolezza che la materia è pensiero condensato, che l’universo è un grande organismo sensibile.

L’opera non dà risposte ma pone domande, come un koan zen inciso nel cuore della città: da dove nasce la luce? dove finisce la forma? cosa distingue il visibile dall’invisibile?

L’arte, per Di Fabio, non serve a spiegare ma a sintonizzare: attraverso la vibrazione del colore e della materia, ci invita a entrare in risonanza con l’universo, a percepire il flusso di vita che ci attraversa. Il mosaico dell’Aquila è un ponte tra scienza e spiritualità, tra memoria e rinascita.

È la traduzione in pietra del pensiero che anima tutta l’opera di Alberto Di Fabio: la ricerca di un’unità profonda tra materia e spirito, tra la forma e la luce che la genera.

In Enigma della Materia l’artista non celebra l’uomo ma la sua appartenenza al cosmo: ogni frammento di pietra riflette un frammento di coscienza, e l’insieme disegna una costellazione terrestre, un mandala di luce incastonato nella città. Nel silenzio della superficie, la materia continua a vibrare. È la voce dell’universo che, attraverso l’arte, ricomincia a parlare.

Conclusione

Dalle carte di riso alle tele monumentali, dagli arazzi fino al mosaico dell’Aquila, l’opera di Alberto Di Fabio si dispiega come un’unica grande partitura cosmica, un continuum di luce e pensiero che attraversa materia, spazio e coscienza.

Ogni tecnica, ogni linguaggio — pittura, tessitura, incisione, mosaico — è solo una diversa frequenza di un’unica vibrazione originaria: quella che unisce la cellula al pianeta, il battito del cuore alla pulsazione delle stelle.

Nelle carte di riso, la pittura è respiro, meditazione, preghiera luminosa. In esse la materia si dissolve nella trasparenza e la mente diventa campo vibrazionale, luogo di silenzio e intuizione.

Negli arazzi, il filo diventa energia incarnata: la trama e l’ordito tessono relazioni, come sinapsi cosmiche che collegano l’uomo alla sostanza universale.

Nelle tele monumentali, il pensiero si espande in architettura, la visione si fa immersione: la pittura diventa esperienza, lo spazio si trasforma in mente visibile.

E infine, nel mosaico per L’Aquila, la luce scende nella pietra, si fa memoria collettiva, atto di guarigione e rinascita.

Tutto nel lavoro di Di Fabio procede verso una unità delle energie: le opere non rappresentano il mondo, ma lo riattivano, non mostrano la luce, ma la generano.

La sua è una ricerca di armonia che non appartiene solo all’arte, ma al mistero stesso dell’esistenza — quella scintilla originaria in cui la fisica e la spiritualità coincidono, e dove la materia rivela la propria natura di spirito condensato.

In questo percorso, Alberto Di Fabio ci consegna un insegnamento sottile ma profondo:

che la vera pittura non è un’immagine, ma un atto di coscienza;

che l’artista è colui che sa ascoltare la vibrazione invisibile del mondo e darle forma senza interromperne il respiro.

Così, le sue carte, i suoi arazzi, le sue tele e i suoi mosaici compongono insieme un unico organismo di luce, un sistema vitale che respira, pulsa e si rigenera, come il cosmo stesso.

Un’arte che non si contempla, ma si abita — perché è la materia a guardarci, è la luce a pensarci, ed è la mente, finalmente, a riconoscersi parte del tutto.

Marta Massaioli, Roma – Pergola , 06 .11.2025 

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